I reporter del magazine tedesco Der Spiegel hanno avuto esclusivo accesso a una serie di documenti sequestrati da un gruppo di ribelli siriani che nel gennaio del 2014 aveva eliminato quello che allora sembrava essere un “semplice membro” dello Stato Islamico (ISIS) a Tal Rifaat, in Siria. Dall’analisi di questi documenti è emerso invece che quello che inizialmente era stato descritto come un “comandante militare dell’ISIS e vice governatore di Aleppo” corrispondeva al nome di Samir Abd Muhammad al-Khlifawi, meglio noto con il nome di Haji Bakr, ex colonnello dell’intelligence di Saddam Hussein, colui che ha messo a punto una meticolosa strategia di conquista ed amministrazione dei territori dell’ISIS in Siria e in Iraq.
Questi documenti, un collage di 31 pagine scritte a mano, delineano una strategia di conquista già impiegata dal regime iracheno e basata su una “dettagliata e ben pianificata struttura a livello locale che ricorda quella adottata dalla Stasi”. “Sorveglianza, spionaggio, omicidi e rapimenti” sono i temi centrali che percorrono gli schemi tracciati da Haji Bakr, che costituiscono i punti chiave di una strategia in cui “non c’è traccia di profezie relative alla costituzione di uno Stato Islamico voluto e ordinato da Dio”.
La struttura dell’IS
Nella struttura gerarchica delineata dall’ex ufficiale dell’intelligence di Saddam Hussein, la raccolta delle informazioni gioca un ruolo cruciale per la conquista dei territori siriani individuati come obiettivo dall’organizzazione. Tramite l’apertura di uffici della Da‘wa, centri di propaganda islamica, innocui agli occhi della popolazione locale, gli agenti dell’ISIS formano piccole squadre di spie incaricate di raccogliere tre principali tipi di informazioni:
Grazie a queste informazioni, gruppi di combattenti stranieri dell’organizzazione, mai iracheni, spesso composti da siriani, segretamente inviati nei villaggi, al riparo dietro le uniformi nere e le maschere che ne rendono difficile l’identificazione, aggrediscono le figure chiave locali. In questo modo concretizzano una strategia del terrore basata su omicidi e rapimenti, che permette all’organizzazione di “assoggettare il resto della popolazione, costretta a prestare giuramento di fedeltà al califfo dell’ISIS”. Completata questa prima fase, “i jihadisti attaccano uno per volta i gruppi dei ribelli siriani, in modo che sembrino operazioni casuali non correlate tra loro”. Così l’organizzazione è riuscita a ripulire vaste porzioni del territorio siriano, sbarazzandosi dei ribelli con l’appoggio del regime di Assad. (nell’immagine sotto, una bozza dello schema di Servizio di Sicurezza dello Stato Islamico elaborato da Haji Bakr)
Chi era Haji Bakr
Il coinvolgimento di Haji Bakr con i leader dell’IS risale al crollo del regime di Saddam Hussein, nel 2003. Privato della sua posizione e senza alcun potere, Haji Bakr venne imprigionato tra il 2006 e il 2008 ad Abu Ghraib e Camp Bucca, dove presumibilmente incontrò Abu Bakr Al-Baghdadi. Nel 2010, “Haji Bakr e un piccolo gruppo di ex ufficiali del regime iracheno fecero di Al-Baghdadi un emiro e più tardi califfo dell’ISIS” per dare legittimità religiosa alle rivendicazioni dell’organizzazione. Il piano era semplice ma ambizioso: conquistare la Siria per riconquistare l’Iraq. (nell’immagine a sinistra, Haji Bakr. Fonte: Site)
La strategia dell’IS
Nel piano delineato da Haji Bakr, la componente religioso-jihadista è un “uno strumento piuttosto che il fine ultimo”, un mezzo utilizzato per ottenere finanziamenti e combattenti da tutto il mondo assoggettato a una strategia di brutale conquista volta alla “massima espansione del potere”. Una strategia in grado di prosperare nelle aree afflitte da crisi di sicurezza, come dimostrano la Siria, l’Iraq e la Libia. Il Ministro dell’Interno tedesco, Thomas de Maiziere, ha dichiarato che “l’obiettivo dei terroristi è quello di mettere in crisi l’economia di determinati paesi colpendo il settore turistico e impedendo a potenziali turisti stranieri, specialmente occidentali, di recarsi nelle aree di crisi”. Questo è l’obiettivo della strategia che si cela dietro l’attacco al Museo del Bardo, in Tunisia, finalizzata a far scivolare il paese in una crisi economica, quindi politica e sociale che agevoli la presa del potere da parte dell’organizzazione.
Ma l’indebolimento di una delle sue principali fonti di finanziamento dell’ISIS, il petrolio, potrebbe gettare un’ombra scura sulle prossime mosse dell’organizzazione.
Secondo le informazioni ottenute da Sueddeutsche Zeitung, l’ISIS ha perso il controllo di tutti i campi petroliferi in Iraq a causa dei colpi inferti dai combattenti curdi e dai raid della coalizione internazionale guidata dagli Usa. A riferirlo è un “report speciale” stilato dall’apparato di intelligence tedesco BND, secondo cui l’organizzazione ha il controllo di un solo campo petrolifero in Iraq, quello di Qayara, “in grado di produrre 2000 barili di petrolio al giorno, equivalente ad appena il 5% dei precedenti possedimenti dell’ISIS in Iraq”. Oltretutto, l’ISIS “manca di qualsiasi tipo di esperienza per controllare la produzione dei campi petroliferi”, e “i campi petroliferi siriani non sono in grado di compensare la perdita dei campi iracheni”. Secondo i dati raccolti dal BND, l’ISIS “difficilmente potrà vendere grandi quantità di petrolio all’estero”, concludendo che “una delle sue maggiori fonti di finanziamento è sottoposta a una drammatica pressione”.